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Intervista a Flavio Milandri del Gruppo Fantariciclando

Di seguito una breve intervista a Flavio Milandri*, membro del Gruppo di lavoro Fantariciclando impegnato su interessanti iniziative volte a promuovere Creatività e Innovazione fra i bambini e gli adolescenti.

La Fiaba che presentiamo in margine all’intervista, affronta il tema dell’infanzia e della crescita: dalla Vostra esperienza, come e quanto è effettivamente cambiata la figura del bambino oggi rispetto al passato?

Nei momenti di mutamento non è pensabile lo sviluppo senza una opportuna tutela dei minori e senza un sostegno collettivo alla gioventù che oggi, per molteplici questioni, in molte realtà europee finisce per non essere rappresentata nei luoghi delle decisioni. Quando incrociamo cambiamenti epocali, avvicinandoci al tema del nostro dialogo, il mito, la metafora e il simbolo si assumono il compito di costruire ponti tra le sponde del reale che ancora non vediamo compiutamente ma solamente intravediamo anche se ci stiamo già vivendo dentro. Il fanciullo è costretto a rapportarsi con un contesto ovvero una cornice o meglio un ambiente sociale che è quello adulto fin dai primi mesi di vita. La fiaba è quindi particolarmente utile per affrontare il mutamento che lo investe e che coinvolge tutti i referenti educativi a partire dalla stessa idea di educazione. Quest'ultima ci offre una ottima opportunità per esemplificare il mutamento: è cambiato profondamente il fine stesso dell'educazione rispetto a quanto pensato per le generazioni precedenti.
L'obiettivo educativo dei nostri nonni era suggerito da quella specie di determinismo sociale per il quale si nasceva e si moriva in una stessa condizione: l'educazione mirava quindi alla ripetizione del sempre uguale. Nella contemporaneità ai nostri giovani è sottratta questa opzione: anzi si può affermare che i figli sono obbligati a trasformare le condizioni dell'abitare, del vivere, dell'orizzonte, dell'agire, nelle quali sono nati e cresciuti "adattandosi velocemente ad una società in continua difficile transizione". Siamo immersi, è una constatazione banale, in un mare di innovazioni tecnologiche che stanno portando cambiamenti lenti ma continui. Come il linguaggio è stata la più grande molla evolutiva, così l’era delle tecnologie ci porterà a mutazioni imprevedibili. La cultura poi sembra aver sopravanzato la nostra biologia, affermano alcuni studiosi. Naturalmente ci saranno miglioramenti e nuovi disturbi; si pensi solo, restando a questi ultimi, a solitudini, depressioni, obesità che contemporaneamente in altri luoghi del mondo convivono con nuove forme di schiavitù, antiche privazioni, violenze, malnutrizione. Viviamo quindi dei cambiamenti e delle differenze quantitative e qualitative di tutti gli attori sociali ed anche l’infanzia, l’adolescenza, la gioventù ne sono pienamente investite. Infanzia, adolescenza, gioventù sono temi centrali di ogni idea di società che persegua il bene-stare come equilibrio dinamico. Questi temi dovrebbero essere al centro dell'agenda politica di ogni luogo, di ogni paese e naturalmente dell'Unione Europea. Chiudo riprendendo le parole di apertura per una sottolineatura: quest'anno ricorrono i venti anni della "Convenzione sui diritti dell'infanzia". Un testo ancora valido, sul quale occorre ragionare, che deve progredire con l’attenzione, l’impegno, la responsabilità di ognuno di noi poiché oggi deve confrontarsi con un contesto profondamente mutato da quel 20 novembre 1989 in cui fu adottato dalle Nazioni Unite.


E’ opinione comune che molte delle istituzioni formative più salde siano ora messe in discussione: qual è l’effettivo scenario e quali le sue ragioni?

Ci sono bambini che imparano più parole dall'elettrodomestico a schermo piatto o a tubo catodico che dalla mamma. Come poi essere indifferenti al fatto che, come sostengono alcuni, se è l’economia che detta le regole e il tono di tutto il resto, una società in cui si esalta la competitività, il mercato, il trionfo del vincente, non può che produrre delle tensioni a tutti i livelli e in particolare in queste fasce di età in via di formazione? Se proviamo ad intendere l'educazione come trasmissione testimoniale di una visione della vita suona un campanello d’allarme. I piccoli osservano attentamente noi e le nostre azioni nel mondo della vita, sintetizzando quei valori che poi utilizzeranno per fondare il loro giudizio su di noi e sulle condizioni dell’abitare che abbiamo per loro fabbricato e l’effetto rispecchiamento non è edificante. Essi si trovano a convivere con generazioni di adulti che guardano con incertezza al futuro, che hanno accorciato i loro orizzonti temporali, hanno abbandonato speranze e illusioni, ridotto il livello delle loro aspirazioni e spesso rinunciato a porsi come modelli con cui i giovani possano confrontarsi per imitarli o rifiutarli. Come genitori ed insegnanti abbiamo forse rinunciato alla funzione educativa. Se si può addebitare qualcosa alle giovani generazioni contemporanee è di presentarsi per molti aspetti troppo simili ai loro padri e alle loro madri.
D’altra parte sono proprio i genitori di oggi che sono cambiati e così i loro atteggiamenti “da fratelli maggiori” certo non incentivano l’assunzione di responsabilità e la capacità critica. Sembrano effettivamente mutati i meccanismi all'interno delle tradizionali agenzie di socializzazione. Qui i rapporti sembrano prevalentemente improntati su legami gerarchicamente assai più deboli rispetto al passato e, di conseguenza, con forme nuove di valutazione di regole e norme di convivenza basate, in buona sostanza, sulla negoziazione. Diversi autori hanno evidenziato l'esistenza a fianco dell'idea di ipersocializzazione, notoriamente risalente a Parsons, una socializzazione secondo la quale gli individui acquisiscono in forma passiva norme e valori condivisi, quella dell'interazione secondo cui la socializzazione è un processo caratterizzato non da un passivo condizionamento, bensì da un attivo adattamento appreso attraverso le interazioni con gli altri, il cui richiamo originario è certamente rintracciabile in Piaget e Mead.


Quando i nostri interlocutori sono dei bambini, che senso ha parlare di creatività e di innovazione? Questo non è il loro orizzonte quotidiano e “naturale” rispetto al quale si trova in difficoltà l’adulto piuttosto che il bambino?

Raccontare una fiaba è spesso fare una rappresentazione che molto deve alla creatività ma che ha radici nel mondo. Ci sono nella narrazione diversi richiami ad un fatto, ad una esperienza, all'infanzia ovviamente in fil di metafora. Tuttavia, affinché gli adulti siano in grado di proporre creatività, occorre siano creativi così come per proporre un gioco occorre saper giocare ovvero, in definitiva, saper gestire creatività e gioco come elementi universali che appartengono alla "sanità" dell’uomo. Essi si presentano, secondo alcuni autori, come una premessa essenziale su cui fondare gli interventi successivi. C'è quindi una diversità tra la creatività inserita in percorsi di apprendimento che è anche speranza di cambiamento, innovazione e la performance creativa che si propone come spettacolo distraente. L'opposizione è dunque tra il creare per cambiare, come pratica della dimensione di complessità, e creare per distrarsi dall'obiettivo del ben-Essere, spesso in una regressione nella dimensione uni-lineare del mercato. In entrambi i casi il bambino ha la capacità di registrare tutto in una sorta di creatività totale.
La curiosità naturale è spesso incanalata dal mondo degli adulti verso la semplificazione e la concentrazione, ovvero verso convenzioni, pregiudizi, modellizzazione. In altre parole, si scambia l'immaturità vantaggiosa con il rigore della sopravvivenza. Per fortuna il gioco creativo resta per il bambino una cosa estremamente seria sia per entrare in contatto con l’altro sia per conoscere il sé, quindi esso è la principale misura conoscitiva del confine (cum fini). Dal gioco si ricava esperienza e stimolo cognitivo e se nel primo anno di vita i giochi vengono fatti con il proprio corpo, con la crescita l’attività ludica diventa più complessa. A partire dai tre anni compaiono giochi di socializzazione, dai quattro in poi simulano ruoli diversi e dai sei anni diventano interazioni più articolate con regole da rispettare. Ovvero il gioco nel senso delineato è la prima e più importante forma di apprendimento, relazione, comunicazione. Il tema del confine ci aiuta a comprendere la difficoltà dell’adulto rispetto alla dimensione creativa e a quella dell’innovazione. Certo non bisogna sottovalutare che il pregiudizio e il confine aiutano anche a vivere, a ridurre le ansie e persino a fare analisi. Tuttavia personalmente propongo la destrutturazione di alcuni confini sostituendo l’idea di frontiera che separa con quella di membrana permeabile che rappresenta il contatto tra diversità. Con questo sguardo nasce una rappresentazione diversa del mondo che lascia spazio alla creatività dell’adulto come sapere critico e utile strumento per affrontare le crisi.


Ponete l’accento sul valore del lavoro di gruppo e sulla condivisione delle diverse esperienze rispetto ad un atteggiamento solitario e limitante: pensa sia questa la pratica da promuovere fino a farne un metodo didattico?

La cultura spesso è il veicolo preferenziale attorno al quale si costruisce una identità mobile, che cambia al mutare del costume e del tempo, senza nostalgie e malinconie per un lontano passato. Se in alcuni luoghi la tradizione sa rinnovarsi e contaminarsi con il nuovo per dare vita ad un patrimonio comune condiviso e dinamico, lo si deve anche alla riflessione e alla produzione culturale, all'innovazione, alla creatività e all'incontro. In una società evoluta la cultura non serve quindi per diffondere verità o per gestire consenso, bensì per rendere più ricca e più fertile la comunità (dissolta ed evoluta). Tutto ciò si può anche leggere come frutto del dialogo con l'intellettuale collettivo. Il lavoro in gruppo coinvolge le persone, le fa partecipi a un modo di organizzare il lavoro del pensiero che è antinomico rispetto alla visione romantica della creazione come atto singolo e isolato: esso è già uno tra diversi metodi educativi. Nelle varie epoche ha avuto più o meno fortune alterne ma può essere un valido aiuto nell’affrontare la complessità educativa con un repertorio di metodi integrati. Il lavoro di gruppo è efficace se simultaneamente accompagna la scoperta individuale nel lavoro con gli interessi dei partecipanti e lo studio dell’ambiente base di metodi e contenuti, necessariamente in rapporto dialettico per lo sviluppo della consapevolezza. L’infanzia e l’adolescenza sono fasi di formazione e crescita, la scelta di promuovere come attività scolastica il lavoro di gruppo necessita di attente verifiche anche individuali da parte di educatori consapevoli per evidenziare lacune da colmare e passare a fasi di crescita successiva.  Quello che occorre superare in fondo è l’assenza di confronto dialettico con l’altro, che può anche essere conflitto regolato, che induce tanti ricercatori a preferire le sofferenze, i dubbi, la sterilità del lavoro solitario risultante in una pratica di sottomissione ai meccanismi esistenti del conformismo. Si verifica peraltro che, mentre l’educazione depositaria comporta una specie di anestesia perché inibisce il potere degli educandi, l’educazione problematizzante comporta un atto permanente di ri-relazione della realtà. L’opera educativa, come l’opera d’arte, nasce via via che la si sviluppa e per gran parte è imprevedibile a priori. Lo spazio più critico però riguarda l’offerta specifica rivolta al mondo giovanile e, con sfumature diverse, la dimensione innovativa della cultura. I giovani sono uguali in tutto il mondo, sono giovani esseri umani fatti di psicologia, di biologia, di curiosità intellettuale. Come la famiglia oggi è deficitaria nello spingere i giovani a costruirsi un progetto di vita autonomo, così la scuola è debole nel suo progetto educativo: si limita al nozionismo, a seguire programmi poco laboratoriali. Per questa via i giovani non perseguono la maturazione, la riflessione, la coscientizzazione ma puntano all'obiettivo, al "successo della propria carriera scolastica". L'educazione è responsabilità individuale e collettiva, questo ci spinge a pensare all'intenzionalità, alla responsabilità e che non c'è un'unica direzione nell'educare. Del resto oggi incontriamo nuove questioni che squarciano la superficie delle nostre convinzioni e ci costringono alla profondità. Torna ad esempio la domanda se sia giusto, buono e saggio che bambini appartenenti a diverse culture di origine ricevano forme di istruzione diversa coerente con la stessa origine familiare. Una corretta politica dell’educazione non può essere incentrata esclusivamente sullo stato, sui genitori o sui bambini o, si potrebbe aggiungere, sulle culture. La scuola liberale e democratica guarda soprattutto al bene dei bambini e della comunità politica: può essere vista come una componente di ragionevole equilibrio tra ciò che è dovuto alle varie esigenze rilevanti – dei bambini, dei genitori e delle culture, della comunità nel suo complesso – nella politica dell’educazione. Una chiosa che ci proietta direttamente a questioni legate al nostro futuro, ai paradigmi politici che consentono o ostacolano l’inclusione sociale, alla concezione stessa della cittadinanza. Questioni che se solleviamo nell’Anno Europeo della creatività e dell’innovazione dovremo affrontare, con più convinzione, nel 2010 con l’anno Europeo della lotta alle povertà e all’esclusione sociale.

Scarica la Fiaba "Un elefantino in metropolitana" e i documenti relativi alle iniziative di Fantariciclando.



*Sociologo e Giornalista pubblicista collabora da anni con riviste nazionali e locali. Project manager delle nove edizioni di "Storia e Storie". Opera nel comitato di redazione di RTSA (FrancoAngeli Editore), nel gruppo progetto “Nuovi Arcipelaghi. L’interrogazione storico-politica, sociale e culturale della contemporaneità” (Diabasis Editore) e nell’area di lavoro Fantariciclando. Il suo ultimo libro: Sotto V(u)oto. Critici e assenti, la generazione invisibile, AIEP Editore.


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