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'Kalòjeros: un carnevale balcanico'

di Rudi Bartolini

cons_trento.gifIl carnevale balcanico del “Kalòjeros” è un’interessante festa popolare celebrata in una zona rurale della Macedonia greca, una sorta di drammatizzazione collettiva, mimata e danzata, di origine tracia, con quattro canti propri. Ed è anche l’oggetto d’analisi dell’omonimo progetto del Centro di Ricerca di Antropologia della musica del Conservatorio di musica “F.A. Bonporti” di Trento che intende documentare "sul campo" questa tradizione (è possibile scaricare uno dei canti raccolti).
Il progetto presenta diversi punti d’interesse e aspetti innovativi: nell’utilizzo dei nuovi linguaggi della comunicazione, nello stretto legame previsto fra ricerca e formazione, per ciò che concerne il confronto culturale. Ne parliamo con la Prof.ssa Jania Sarno responsabile del progetto “Kalòjeros: un carnevale balcanico”:


Il vostro progetto di ricerca si propone di documentare una festa tradizionale - il carnevale greco-macedone del “Kalòjeros” - attraverso la realizzazione di un DVD multimediale. Quali secondo Lei le potenzialità offerte dai nuovi media e dai nuovi linguaggi per comunicare in maniera efficace la “tradizione”, in particolare nell’ambito dell’antropologia musicale?

Il DVD multimediale costituirà il supporto del  documento, che in Antropologia – e più in Antropologia della musica – deve essere rigorosamente visivo e sonoro. La realizzazione di un supporto di questo genere – rispetto al semplice DVD contenente un documentario, montato anche secondo un criterio di ritmo visivo, di fruizione filmica – permette di dare spessore al materiale, attraverso l’inserimento di “extra”. In essi, possono venir forniti in primo luogo tutti i canti raccolti, sia quelli non montati nel film, sia quelli che vi compaiono parzialmente, nella loro interezza. E poi interviste, testi, trascrizioni, immagini e – perché no? – eventuali sezioni interattive. Probabilmente non svilupperemo stavolta tutte queste prerogative del mezzo, anche perché il DVD sarà comunque allegato ad un libro (il primo volume di una serie di “Quaderni del CRAnMus” della casa editrice LIM) e quindi a un altro mezzo, assolutamente tradizionale. In linea di principio, tuttavia, mi sembra di poter affermare che le potenzialità offerte dai nuovi media nel campo specifico della comunicazione (che, non dimentichiamolo, è anche conservazione) della musica tradizionale consistano proprio nel poter dare maggiori spessore e completezza al documento. Nel fornire a chi non ha viaggiato e ricercato con noi una vera fonte, forse maggiormente svincolata dal nostro occhio e di certo più esaustiva.


Il progetto oltre alla fase di ricerca prevede, nel suo svolgersi, un’importante attività di formazione rivolta ai ricercatori stessi. Potrebbe illustrarci come si articola questo rapporto fra la dimensione della ricerca e quella della formazione?

L’attività di formazione è strettamente correlata a quella della ricerca: gli studenti coinvolti, infatti, non hanno partecipato e non parteciperanno ad una “gita scolastica”, ad un viaggio d’istruzione, né ad un’iniziativa di turismo alternativo. Il loro ruolo, anche se da me molto guidato, è quello a tutti gli effetti di ricercatori, dalla progettazione al prodotto finale. Si forniscono dunque loro tutti gli strumenti di base per poter affrontare quest’esperienza in modo attivo, in tutti i tipi di competenza richiesti da questa poliedrica attività; con la gioia di veder magari emergere poi, proprio nel fare, una specifica vocazione di ciascuno. All’interno del gruppo che ha partecipato alla spedizione 2009 in Grecia, ad esempio, pur venendo conservata sempre la dimensione seminariale, si è naturalmente venuta a creare una ripartizione dei compiti in base alle personali propensioni: chi si è dedicato maggiormente alla ripresa video, chi a quella audio; chi si è intrufolato in un gioco da tavolo in osteria con le persone del luogo ed è riuscito a socializzare al punto di fare anche una bella intervista; chi si è molto interessato alle pratiche strumentali e agli “oggetti sonori” e chi, infine, si è più dedicato ad osservare, con quell’occhio aperto e recettivo che permetterà in un secondo tempo di dare il suo apporto ad una possibile interpretazione.
Gli strumenti forniti in fase preparatoria – attraverso corsi come Filmare la musica etnica I (sulla ripresa) e II (sul montaggio), Trascrivere la musica etnica, Scrivere di musica, Laboratorio di registrazione e montaggio audio, Etnomusicologia – non hanno ovviamente una pretesa di completezza, ma vanno a comporre una panoramica teorico-pratica di base nei vari campi toccati, tale da poter essere utilizzata efficacemente sul piano operativo.
Al ritorno dalla spedizione, il lavoro didattico continua – sempre con il mio coordinamento - sul piano dell’elaborazione dei risultati: se lo studente prima impara a preparare delle interviste, a filmare o a registrare il sonoro, a usare il software per montare brevi sequenze filmate, successivamente coopera al lavoro effettivo di montaggio, trascrive i brani raccolti e si avvia insieme con me nel cammino interpretativo e di scrittura, partendo dallo studio dell’eventuale bibliografia già esistente, assegnata ma anche reperita con una ricerca personale. È un itinerario, quest’ultimo, appena iniziato: forse il meno appariscente e, insieme, il più complesso.
Su tutte queste direzioni di attività, domina l’esercizio di un approccio antropologico. La metodologia – spirituale non meno che operativa – della ricerca sul campo entra in atto non solo al momento dell’azione - nel sapersi accostare e nel saper guardare - ma anche dopo il rilevamento: nell’essere consapevoli, per dirla con Clifford e Markus, di che tipo di “retorica etnografica” si va ad utilizzare.


I ricercatori svolgeranno la loro attività direttamente sul campo. Nel loro lavoro si troveranno dunque ad affrontare le problematiche dell’incontro e del dialogo con altre culture, con identità diverse, temi assolutamente centrali nell’odierna società. Che contributo possono dare progetti come questo all’emergere di un approccio “innovativo” a tali questioni?

Non nascondo che, al di là delle valenze scientifiche della nostra ricerca in sé e a quelle didattiche implicate da tutta l’operazione, il tema dell’incontro e del dialogo era ed è in cima ad ogni altro mio interesse e preoccupazione. Far slanciare giovani in via di formazione in un terreno di confronto con l’alterità delle culture – che diventa metafora e metodo dell’incontro con l’altro – era una scommessa che mi ha visto ampiamente ripagata dall’emozione di questi giovani, dallo “sguardo complesso” che ho visto nascere (o accrescersi) in loro.
Se potessi progettare anche un mondo ideale, una “comunità sulla collina”, vi istituirei un laboratorio permanente di Antropologia per tutta la popolazione e, per i più giovani, almeno una volta nella vita, una spedizione del CRAnMus.
L’approccio innovativo in merito alla questione del dialogo e della costruzione di pace risiede nella dimensione reale e non teorica dell’incontro. Nell’incontro vero: nel suo determinarsi effettivo. Nello spostamento ad occhi bene aperti, con l’apertura nella mente e anche nel cuore. Nella dislocazione reale, vissuta in carne viva, da tutto ciò che è consueto e che è proprio.  


Infine, un musicista che si sta formando attraverso il percorso di studi del Conservatorio, che “apporti creativi” può trarre da progetti come il vostro?

Il mondo del conservatorio ha attraversato negli ultimi anni un processo di trasformazione dal quale ha preso forma un’istituzione dinamica, dalle grandi potenzialità di dialogo con il mondo di oggi: con le sue tecnologie ma anche con i nuovi scenari della sua cultura, nelle sue contaminazioni, nella sua liquidità e complessità. Il Conservatorio di Trento ha investito grandi energie lungo questo cammino, sicché lo studente si trova immerso in una temperie che è in generale particolarmente slanciata verso la pluralità delle esperienze e verso il nuovo.
In questo contesto, ritengo che il progetto del CranMus sul Kalòjeros o progetti simili – nascenti all’interno del cosiddetto settore AFAM: dell’Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica – possano validamente affiancare la dimensione teorica e quella pratica, compenetrando da un lato il rigore scientifico della tradizionale università, dall’altro quell’aspetto più concreto e operativo che è patrimonio tradizionale del conservatorio.
La dimensione pratica traduce le intuizioni in realtà, le simpatie in rapporti, le tendenze in competenze e forse in vie nuove, in progetti per il futuro. Nella dimensione del fare, gli studenti coinvolti in progetti come quello del CRAnMus potranno in fondo – oltre ad acquisire delle abilità – anche conoscere e definire di più se stessi.
Nel far gruppo con i propri docenti potranno sperimentare un tipo di cooperazione e di colloquio trasversali ai livelli di apprendimento, ai ruoli socialmente costituiti e alle età.    
Nell’affrontare nuovi linguaggi e nuove tecniche potranno fare scoperte fascinose.
Al di là di questo, non so in cosa, precisamente, questi giovani vedranno rifluire il patrimonio di pratiche, di riflessioni e di emozioni in tal modo acquisito, ma credo molto nella circolarità delle esperienze, in quell’insieme di vasi comunicanti che è la conoscenza. Lo spessore del pensiero, la ricchezza del sentire, l’ampiezza dello sguardo vanno a nutrire l’interpretazione musicale non meno dell’attività tecnica direttamente finalizzata a formarla e a perfezionarla. Formano e rafforzano la coscienza civile. E rifluiscono nel modo più vario sulla vita: nelle dinamiche relazionali, nella capacità di affrontare e risolvere il conflitto, nella costante mediazione con il principio di realtà e nella comprensione più piena del mondo, della propria casella di storia.
Essere partiti – aver compiuto un viaggio - non per riaffermare contrastivamente se stessi e ribadire la propria identità, ma per conoscere davvero l’Altro e l’altrove, costituisce un patrimonio pronto a rispuntare fuori come una vena d’acqua sotterranea; come lo svasso, l’uccello lacustre che s’immerge accanto alla costa e ricompare lontano, in un punto impreveduto dell’orizzonte.

 
 


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